Storie - Il piffero delle Quattro Province

Intorno ai crinali che dividono le province di Pavia, Alessandria, Piacenza e Genova, è ancora vitale  un ricchissimo repertorio di musiche, danze e canti tradizionali

Musicisti Quattro Province
    

 

Oltregiogo o Montelungo, Patranico o Feudi Imperiali, le varie denominazioni informali che nel corso della storia hanno designato questa porzione di Appennino compresa tra i corsi del Trebbia e dello Scrivia, ai confini tra le province di Pavia, Alessandria, Piacenza e Genova, ne hanno sempre sottolineato le caratteristiche storico-geografiche.

A partire dalla metà degli anni settanta è invece intorno alla diffusione di un antico oboe popolare, localmente denominato piffero (nelle sue varianti dialettali: pinfiu, pinfru, pinfer) che è sorta e si è diffusa progressivamente la rappresentanzione di un territorio fortemente coeso intorno a comuni usanze, forme di economia e socialità, commerci, ritualità e legami parentali. Confini informali, certamente, ma confermati da numerosi indicatori culturali, il più evidente dei quali è appunto lo strumento ormai noto come piffero delle Quattro Province, il cui suono ancora si diffonde nelle valli a cavallo delle strade del sale e del grano, delle vie marenche che per millenni hanno collegato la Riviera Ligure con la Pianura Padana, un tempo percorse da mulattieri, eserciti, mercanti e pellegrini, oggi da escursionisti che ne seguono i dolci crinali, dalle brume collinari ai bagliori distanti e poi sempre più prossimi del Mediterraneo: Genova, Recco, Camogli.

Per queste stesse vie marcavano il passo i portatori di festa, merce altrettanto preziosa, i carismatici detentori del suono, del canto e della danza. Figure ancor oggi presenti nell'attualità delle innumerevoli feste che animano le sere estive dei paesi delle medie e alte valli come pure nella vaghezza semi-leggendaria dei racconti dei vecchi. E i giovani suonatori imparano dai più anziani, come è sempre stato, per via di trasmissione orale, imitazione e impregnazione, le melodie, i canti, i gesti e le prossemiche modalità comunicative della festa e del rito; e con quelle apprendono anche le narrazioni che fanno risalire la "chiave" del suono alla semi-leggendaria figura del Draghìn, pifferaio originario di Suzzi, in val Boreca, uxoricida che si guadagnò la grazia, narra la tradizione e la lunga itinerante ballata a lui dedicata (o forse da egli stesso composta), incantando con la sua maestria i giudici di Milano (e a Milano, prosegue la storia, avrebbe poi trovato la morte durante le Cinque Giornate) (www.appennino4p.it/draghin). Dal Draghin una tradizione locale fa derivare una serie di suonatori di particolare prestigio, ma molto più numerosi sono quelli che la ricerca degli ultimi anni ha fatto emergere dalla memoria degli anziani. Certo, nella memoria locale particolarmente vivido è il ricordo dei pifferai Piansereiu, Brigiottu, Carlon, Fiurentin, per avvicinarci poi ai nostri giorni con i nomi di Giacomo Sala Jacmon, Damiano Figiacone Damian, Ernesto Sala (www.appennino4p/suonatori storici), fino ai suonatori di oggi e ai loro allievi, a loro volta già maestri di una nuova generazione di giovanissimi pifferai (www.appennino4p.it/suonatori recenti), a conferma della vitalità di una tradizione sopravvissuta allo spopolamento del territorio quasi come elemento di rivalsa e riaffermazione identitaria nella crisi generalizzata del mondo contadino della montagna.

Pifferi
 

Il piffero delle Quattro Province, fino ai primi del Novecento compagno all'arcaica musa, un aerofono a sacca con particolari caratteristiche organologiche (appennino4p.it/musa), oggi suona in coppia con la fisarmonica, e anche tra i fisarmonicisti, accanto ai prestigiosi interpreti ricordati dalla tradizione, figurano oggi eccellenti suonatori che hanno spesso arricchito la tecnica di accompagnamento del piffero con personali soluzioni stilistiche contribuendo a delineare l'immagine di un sapere consuetudinario che evolve pur rimanendo saldamente radicato nelle sue origini.

Il piffero delle Quattro Province è associato a un vasto repertorio di danze tradizionali, dai più antichi balli di gruppo (gighe, alessandrina, monferrine, piane) a quelli di coppia, entrati nel repertorio in tempi meno remoti (valzer, polche, mazurche), ma che hanno comunque conservato, nelle modalità esecutive, delle peculiarità proprie della tradizione locale. Alle note del piffero e della fisarmonica si accompagna spesso la voce, sia nell'esecuzione degli antichi stranòt (canti monodici che si svolgono parallelamente alla melodia del piffero o sulle note della fisarmonica) sia, più spesso, nel canto polivocale il quale si divide in due grandi famiglie. Il canto per terze parallele, affine a quello dell'area padana e pre-alpina (localmente detto buiasca, dal paese di Bogli - Bui in dialetto - i cui abitanti eccellevano in tale pratica), e il canto di origine genovese, il trallalero melismatico e contrappuntistico che dai primi del Novecento si diffonde nel territorio delle Quattro Province e ancora annovera tra le file delle squadre che lo eseguono prestigiosi interpreti provenienti dalle valli.

A ulteriore conferma del carattere tutto interno all'area delle Quattro Province di questa tradizione musicale va osservato come lo stesso strumento sia prodotto solo da pochi artigiani locali (essi stessi suonatori di tradizione) secondo un attento studio delle caratteristiche organologiche di antichi esemplari di piffero. (www.appennino4p.it/bani) (www.appennino4p.it/piffero)

 

La tradizione del piffero delle Quattro Province, pur presentando analogie e affinità con altre tradizioni dell'Italia settentrionale ed europee, trae costantemente linfa vitale dal territorio che rappresenta e che ne è matrice; una realtà complessa che, come abbiamo visto, include al suo interno tutte le fasi di vita di un bene immateriale oggi attenzionato dall'Unesco: l'Associazione MUSA, che si occupa di valorizzare e salvaguardare la tradizione musicale delle Quattro Province, è dal 2010 consulente Unesco-ICH 2003 per i beni immateriali.

Dalla costruzione dello strumento all'insegnamento della tecnica esecutiva, alla presenza costante ed effettiva all'interno delle più importanti occasioni rituali e conviviali, nessuna influenza esterna ha interrotto la modalità intergenerazionale di trasmissione di questo sapere, elemento identitario di comunità contadine fortemente segnate dal fenomeno dello spopolamento, ma altrettanto saldamente legate al loro patrimonio culturale e consapevoli della propria specificità all'interno di un contesto globale sempre più dominato dall'omologazione.

 

Contributo a cura di Paolo Ferrari 

"Paolo Ferrari "Magà". Paolo è un antico saggio sotto mentite spoglie, che ha girato il mondo ma per qualche ragione è convinto che il suo centro si trovi a Cosola. Ha un'ampia conoscenza di riti e tradizioni antiche, alle quali sa propriamente ricondurre quelle feste e quei balli che a noialtri sembrano soltanto ingenui divertimenti paesani"

 

Approfondimenti: 

Appennino4P

 

Gallery