Il Punto di Vista - Intervista a Paolo Cognetti

Paolo Cognetti
 
“Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”

 

E’ tratta da “Le otto montagne” questa frase che in modo quasi profetico anticipava il destino del vincitore del 71° Strega.

Una vittoria che ha acceso i riflettori su Paolo Cognetti svelando il suo legame speciale con la montagna. Era lì che abitava quel destino che lo avrebbe condotto a vincere il premio letterario più prestigioso d'Italia e realizzare il sogno di vivere del mestiere dello scrittore.

 

Paolo Cognetti, è uno autore milanese di 39 anni che da tempo vive in Valle d’Aosta, in una baita sopra Brusson, in un paesaggio al confine tra l’anima e il cielo, dove luoghi, fatti e persone accendono la fantasia e animano le sue storie.

 

La montagna è protagonista assoluta, narrata con tutta la passione di chi l’abita perché l’ha scelta; di chi la sta scoprendo giorno dopo giorno, di chi ci sta crescendo dentro e, in una commistione tra il passato personale e sguardi nel presente, tira fuori tutto un mondo che è lì ad aspettare solo di essere “ritrovato”.

 

Ed è proprio a lei, che Cognetti ha pensato quando è arrivato il premio, è alla sua montagna che ha dedicato subito la vittoria, “perché è un posto abbandonato, dimenticato e distrutto…”

 

Partiamo da qui, mentre incontriamo Paolo Cognetti attraverso questa intervista che ci ha concesso. Partiamo da questo grido di aiuto, che grazie alla potenza mediatica dello Strega, è arrivato a tutti, da un "salviamo la montagna” dirompente come un tuono nella notte.

 

E’ un grido, il suo, che raccogliamo e condividiamo, perché se come dice lui "la montagna è un modo di vivere”, salvarla, significa soprattutto comprenderla.

 

Che cos'è la montagna?

Non mi va di far metafore: la montagna è un luogo inospitale in cui la città non è arrivata, dove l’uomo convive con le ultime forme di vita selvatica che restano in questo angolo di mondo. Penso al nord Italia che è un’unica megalopoli e a quello che le Alpi rappresentano per noi. La montagna, da luogo povero è abbandonato, è diventata una risorsa da proteggere. I boschi sono oasi di libertà dalla violenza dell’uomo sulla terra.

 

La salvezza della montagna passa inevitabilmente dal suo ripopolamento. E allora, giusto per chiarire, cosa non è o non deve essere la montagna?

Mah, non sono affatto sicuro che il ripopolamento sia un bene per la montagna: per come la vedo io, se l’uomo scomparisse la terra farebbe festa. La montagna spopolata offre spettacoli tristi ai nostri occhi come i paesi abbandonati, ma è anche vero che sta diventando un grande parco. A Estoul, dove abito, cinquant’anni fa non c’era più un animale selvatico: i montanari si erano mangiati tutto. Oggi i caprioli girano intorno a casa mia, camosci e stambecchi sono un incontro abituale a tremila metri, ed è tornato il lupo. Possiamo anche lasciare che la montagna sia questo, scambiamo la fine di una civiltà contadina con il ritorno dei boschi.

 

Pensando a una ricetta per la rinascita della montagna, tre ingredienti indispensabili?

Dividerei il discorso in due: c’è una montagna abitata, dove le persone come me desiderano vivere, e quello che manca a questa altezza è un senso di comunità che si è perso con lo spopolamento, un desiderio di fare cose insieme, cose belle che attireranno anche altri a venirci a vivere. In questo io cerco di dare il mio contributo. Poi c’è una montagna più alta o più selvatica, e quella va solo lasciata stare: chi ci passa, deve imparare a passarci senza lasciare traccia.

 

Qual’è la montagna che hai in testa?

Al momento ho in testa un rifugio. Ho comprato una vecchia stalla, poco più di un rudere, con l’idea di trasformarla in luogo di accoglienza. Vorrei lavorare con le scuole, proporre residenze artistiche, organizzare eventi culturali, e dare ospitalità a chi passa di qui. Vorrei anche che fosse un luogo in cui raccontare la montagna e condividerla. Non ho intenzione di guadagnarci un soldo, è importante che possa venirci anche chi non ne ha.

 

“Le otto montagne” sarà tradotto in 30 lingue. In che misura questo tuo successo potrà aiutare la montagna?

Penso che la stia già aiutando. Il libro in questo momento è stampato in 300.000 copie solo in Italia. Se alcuni di questi lettori le vorranno un po’ più di bene, e avranno voglia di venire a conoscerla in modo rispettoso, credo che la montagna ne sarà felice.

 

Il tema dell’amicizia è portante nell’architettura del tuo libro, come la definiresti l’amicizia tra Pietro e Bruno?

L'amicizia tra Pietro e Bruno è un legame tra due uomini molto diversi, per questo non esisterebbe senza la montagna. Bruno è un suo figlio, le appartiene, alla fine della sua vita è un tutt'uno con lei. A Pietro la montagna non apparterrà mai: per lui è un incanto, un altrove, un momento di grazia da cui partire e tornare. A pensarci, la storia tra Pietro e Bruno sembra più un amore che un'amicizia. Se anche fosse, mi va bene così.

 

Fondazione Cariplo sul tema della rinascita della montagna e delle aree interne è in prima linea con il Programma intersettoriale AttivAree, mirato alla rigenerazione di due territori lombardi, l’Oltrepò Pavese e la parte più alta delle valli bresciane Trompia e Sabbia.

Rigenerare è innescare un processo di cambiamento finalizzato alla crescita sociale, culturale ed economica in questi luoghi che dispongono di attrattori ambientali, culturali e sociali unici.

La scommessa vera è riuscire a invertire la tendenza e iniziare a parlare di ripopolamento là dove non si parla che di abbandono.

 

Un consiglio anzi un incoraggiamento per i nostri territori, e per tutti i partner che insieme a noi sono coinvolti in questo grande processo di rinascita?

Ascoltate la montagna e i montanari. Non andate lassù con idee di città. Prima di pensare di aiutare la montagna, bisognerebbe viverci un po’. Altrimenti rischia di diventare solo un’altra colonizzazione.