Il Punto di Vista - Gianluca Vassallo

 

Gianluca Vassallo si esprime attraverso la fotografia. Le sue origini sono napoletane, ma da tempo vive e lavora in Sardegna, a San Teodoro. E’ conosciuto nel panorama internazionale per le sue opere, le sue istallazioni e anche per le sue collaborazioni nel campo del design.

Nelle opere di questo artista poliedrico, che si divide tra la Sardegna e il mondo, ci trovi emotività, intelletto ed esercizio della memoria. La memoria è quella vissuta da ognuno di noi, quella da “recuperare” e “fermare” perché custodisce i luoghi, i suoni, e “la luce” della quotidianità.

Ed è la memoria delle persone quella che Gianluca è riuscito a “fermare” nel tempo, attraverso una delle sue ultime opere in cui affronta il tema dello spopolamento.

Con “La Città Invisibile” (a cura di Roberto Cremascoli è un’istantanea dello spopolamento in Sardegna ,#sPOP) ha “fermato”, raccogliendole in un viaggio tra i borghi dell’entroterra sardo, le persone, quelle che ancora vivono lì.

Con i suoi scatti Gianluca ha creato una memoria per il mondo che passa, ha “fissato” la gente delle comunità in via d’estinzione, prima che se ne vada, prima che le luci e le voci si spengano, spegnendo ad una ad una le contrade.

Ma Gianluca, con la sua opera, ha anche “fermato” e catturato il mondo, ha acceso una luce in questi luoghi e portando attenzione ha gettando il seme della speranza in un destino diverso.

Abbiamo chiesto Gianluca di raccontarci qualche suggestione da trasmettere a chi insieme a noi sta lavorando sulla rinascita delle aree marginali, affinché storie di anni di spopolamento possano tramutarsi in storie di ritorni, storie di rinascita, storie di nuova vita.

Come descriveresti la “La Città Invisibile” ? Che cosa hai raccontato con quest'opera?

La Città Invisibile (un lavoro reso possibile grazie a Ar/s Arte condivisa in Sardegna, Fondazione di Sardegna e Sardarch che sono stati i veri attori, ma anche grazie allo sforzo di Riccardo Uras e Franco Carta, lato Fondazione, unico finanziatore del progetto) è la proposta di una nuova lettura dei luoghi che ho attraversato, non più paesi lontanissimi e veri che perdono pezzi di umanità, di storia, di possibilità passate, ma una sola città che decide di rendersi invisibile, confondendosi con le altre. Ho raccontato gli occhi chi resta - per volontà o per necessità percepita non importa - a far correre la vita, a presidiare il territorio o a domandare soccorso. Senza incedere sulle ragioni di nessuno perché chi va, per me, ha la medesima dignità di chi resta. Chi afferma il primato della propria vita su quello della sopravvivenza della comunità, compie un atto ragionevole, affatto egoistico, pieno, anzi, di quel rispetto delle proprie aspirazioni che proprio in quei contesti sono maturate.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Mi ha lasciato la gioia di molti incontri, di molta complessità. Una comprensione umana del fenomeno profonda. Mi ha offerto la consapevolezza della fallibilità delle statistiche nei luoghi in cui comunità e partecipazione politica attiva coincidono, penso a Nughedu San Nicolò, a Padria, a Bortigadas, perché producono una classe dirigente che vuole spendersi, reclamare e assieme farsi parte attiva della soluzione. In altri casi, in altri paesi, ho trovato conferma - invece - di quanto la statistica sappia cinicamente raccontare la realtà di cui gli uomini non vogliono farsi carico attivamente.

Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi? Come racconteresti “a parole” queste aree?

Sono luoghi sensibili. Così profondamente affranti e vivi assieme, che gli occhi sanno ridere in lacrime.

Che cosa faresti per cambiare le sorti di questi borghi?

Nulla. Lascerei che siano i borghi a lavorare attivamente al proprio futuro, se sentono di averne uno.

Gianluca che contributo può portare l’arte alla rinascita delle aree marginali?

L’arte può offrire alle aree marginali una finestra sul mondo, in due direzioni: da una parte contaminando questi luoghi con un linguaggio nuovo, vivace, sensibile, può attivare processi di comunità mettendo di nuovo in circolo il conflitto, la dialettica, la gioia della luce che si conquista. Dall’altra può alimentare - quando non si limita a sottolineare i fenomeni ma usandoli per fare domande - il dibattito pubblico su cosa, a fronte di una volontà comunitaria attiva, gli enti locali, lo stato e i privati possono fare per far continuare a suonare le campane.

Fondazione Cariplo, con il Programma AttivAree sta promuovendo la rinascita di due aree marginali della Lombardia attraverso i progetti Oltrepò(Bio)diverso e Valli Resilienti, pensi che anche in questi luoghi l’arte possa portare il proprio contributo?

Si, alle condizioni di cui sopra. E a condizione che gli artisti non facciano della tragedia altrui il proprio esercizio di stile. Il luogo della vanità empatica.

Tra le tante azioni previste dal Programma AttivAree per ripopolare i due territori, ci sono anche iniziative rivolte ai giovani, affinchè possano immaginarsi un futuro lì dove vivono, e dove ora non vedono opportunità. Tu che che vivi tra New York e la Sardegna, che cosa suggeriresti ai ragazzi che abitano in questi luoghi? Possono immaginarselo un futuro qui?

Non so se questo sia il punto. Si credo che possano costruirlo qui. Ma al costo della fatica, della abnegazione e della fredda osservazione delle proprie potenzialità. Insomma. La sindrome del “qui non ci sono possibilità” colpisce molto spesso chi si sopravvaluta. La verità e che qui ci sono le stesse opportunità che in ogni altra parte del mondo. Solo che qui se chi non ha abbastanza talento o forza d’animo finisce a fare il cameriere si sente e viene percepito come uno sconfitto. Se questo gli succede a Londra a Parigi o a New York viene percepito e si sente come uno che ci sta provando. Anche se non fa nulla nella direzione del proprio futuro.

Osserevarsi da fuori, credo che sia un ottimo esercizio per capire dove costruire il proprio futuro. Oltre a leggere, fare politica, incontrare la cultura e rischiare sempre tutto, per amore del futuro.

Da “La città invisibile” hai tratto alcune ispirazioni per il film “Fare Luce” commissionato dalla rivista “Invertario” rivista inventata e promossa da Foscarini, e insignita del premio “Compasso d’Oro” (ADI 2014), ci racconti qualcosa?

Il film è stato girato nei paesi in cui ho letto una comunità solida, un’amministrazione coriacea, una gioventù vulnerabile ed autoefficace assieme. Ho voluto celebrare la bellezza del quotidiano proprio li, dove il quotidiano è una conquista dei singoli, a favore della comunità.

 

 

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