Da non Perdere - A Rovigo il 2 e 3 marzo il convegno sulle "aree rurali fragili"

E' giunto alla 12ª edizione il convegno della comunità di pratiche "aree fragili" che si ritrova ogni anno a Rovigo,  per affrontare i temi della fragilità ambientale e sociale delle aree rurale italiane. Il tema di quest'anno è  quello dei mercati "nested", le  esperienze alternative al sistema economico come risposta alle esigenze di creare occupazione e generare reddito nei contesti fragili. Tra le esperienze ospitate, anche alcune buone pratiche sviluppate nelle aree montane grazie al sostengno del Programma AttivAree di Fondazione Cariplo, dedicato alle aree interne.

In attesa dell'evento del 2 e 3 marzo, approfondiamo il tema dei "quasi-mercati" ospitando nel nostro blog un intervento del Prof. Giorgio Osti,  co-organizzatore del convegno annuale ‘aree fragili’ e membro del Comitato Tecnico Scientifico di AttivAree.

Il convegno ‘aree fragili’, XII edizione, che si terrà a Rovigo il 2 e 3 marzo prossimi ha per tema i mercati nidificati in aree rurali remote, dette anche interne. L’appuntamento annuale ha avuto negli ultimi anni la cortese attenzione della Fondazione Cariplo che ha partecipato con propri dirigenti e ha segnalato casi emblematici della Lombardia. L’interesse reciproco deriva ora anche dal progetto ‘AttivAree’ concepito e sostenuto da Cariplo in due aree rurali lombarde su 11 che si erano candidate.

L’interesse reciproco deriva dalla stessa filosofia di intervento. Il convegno di Rovigo si qualifica infatti come ‘comunità di pratiche’, nelle quali studiosi e operatori cooperano per identificare e promuovere il benessere socio-economico delle aree interne. Si tratta dunque di superare la classica dicotomia top-down o bottom-up. I buoni progetti nascono da forti interazioni fra centro e periferia, fra saperi esperti e saperi locali. Questa non è solo una filosofia; risponde anche alle condizioni socio-geografiche dell'Italia.

Questa infatti è caratterizzata da intensi scambi fra città e campagna e da una fitta armatura urbana capace di garantire servizi di buon livello anche in centri di piccola e media dimensione. Questa secolare integrazione si è variamente spezzata in Italia a seguito della migrazione rurale e ancora più a causa della globalizzazione che facilita le relazioni fra aree forti del pianeta senza contiguità spaziale. Milano con New York piuttosto che Pavia con l’Oltre Pò. L’approvvigionamento alimentare e il piccolo commercio ne sono un esempio ed anche la vittima. La città, più ricca e dinamica, remunerava le aree rurali con l’acquisto di beni primari e l’organizzazione di servizi dislocati. Pensiamo al cibo e alla sapiente distribuzione delle licenze commerciali.

Con la globalizzazione l’acquisizione di beni primari viene delegata da un lato alle multinazionali del cibo, dell’acqua e dell’energia, tali sono anche alcune imprese a proprietà pubblica, dall’altro alla grande distribuzione organizzata. Quest’ultima, per ragioni di scala, ingrandisce e accentra i punti vendita e mette fuori gioco il piccolo commercio rurale. Le cause, le interpretazioni e i rimedi a questa desertificazione del commercio locale sono varie e oggetto di dibattito. C’è chi infatti identifica un grande moloch capitalista in grado di schiacciare le aree minori e chi vede deficit di organizzazione e coordinamento nelle imprese e fra enti locali.

L’idea che sostiene il convegno è invece che la forma stessa del commercio debba essere considerata e semmai riformata. Sono le modalità di scambio centrate esclusivamente sul presupposto che gli attori del mercato siano soggetti razionali massimizzanti a dover cambiare. Evidentemente i conti devono tornare e se un negozio di montagna non ha un numero sufficiente di clienti stabili non può sopravvivere. Lo svuotamento commerciale delle aree interne non è percepito come un grande problema appunto perché è una legge di mercato: se non reggi economicamente è giusto che tu scompaia, i clienti vanno dove c’è la massima convenienza (centri commerciali periurbani).

Esistono invece mercati nidificati (l’oggetto del convegno) che funzionano con una pluralità di mezzi-scopi: non solo efficienza e ricerca del profitto, ma anche legami sociali e attaccamento al territorio. Questi ultimi suscitano energie, motivazioni, finanziamenti dai centri urbani che capiscono come il deserto commerciale sia poi un danno anche ai propri abitanti, che chiedono alle aree interne cibi di qualità, occasioni di ristoro e tutela dei beni ambientali universali. È questo che motiva Fondazione Cariplo a sostenere generosamente quasi-mercati delle aree rurali remote.

Sono quasi-mercati perché si reggono su un sostegno pubblico o del privato sociale e prevedono una pluralità di forme di interazione. I mercati nidificati sono prima di tutto scambi plurali; non si chiede fedeltà imperitura al consumatore (come in un matrimonio), ma simpatia per la causa del commerciante che vuole tenere aperto un punto-vendita in aree povere. Ovviamente, non basta la simpatia reciproca fra negoziante e abitante della campagna-montagna; serve anche una buona dose di inventiva e capacità di assemblare i prodotti. Allora il negozio si posiziona su un punto baricentrico della valle e organizza un servizio di consegna a domicilio oppure ‘porta di peso’ il consumatore anziano e poco mobile al negozio. Così gli garantisce un momento di socialità che la pura consegna a domicilio non permette. Inoltre, è fondamentale l’assemblaggio dei prodotti; ecco allora il negozio multifunzione (es ufficio postale), l’agriturismo, la vendita diretta e per corrispondenza (e-commerce).

Al convegno di Rovigo verranno presentate 60 esperienze in 12 sessioni. Provengono da tutta Italia. Sono germi di mercati nidificati; da una prima analisi degli abstract (http://www.areefragili.it/aree-fragili-2018), emergono infatti potenzialità e limiti degli scambi virtuosi in aree deboli. Ne elenchiamo alcuni: dalla lista dei casi arrivati manca completamente il commercio del legname, perché? La matrice di gran parte delle esperienze è spesso agricola; è un limite o un elemento di solidità? Con grande fatica abbiamo trovato qualche caso di ‘piccola distribuzione organizzata’; questa lavora soprattutto nelle aree urbane, dove la disponibilità commerciale è già altissima, come mai? Il commercio equo e solidale esiste solo nelle città e semmai nelle zone turistiche, perché non in quelle del turismo verde e culturale? Abbiamo in mente diverse risposte a questi perché, ma prima bisogna sentire le esperienze dal vivo. Dal loro confronto potranno scaturire utili spunti anche per le  aree lombarde, la cui marginalità è relativa.

Il convegno verrà aperto da Jan Douwe van der Ploeg, geniale sociologo olandese, inventore del termine nested markets. Chiuderà la tavola rotonda con alcune istituzioni non profit, impegnate nel commercio. La politica non è assente per disinteresse, ma per rispetto del silenzio elettorale. La tavola rotonda si svolge infatti il 3 marzo.

 

di Giorgio Osti, Università di Trieste, co-organizzatore del convegno annuale ‘aree fragili’

 

Programma del convegno:

Scambi anomali. I mercati ‘nested’ per le aree rurali fragili